Storia dell'Associazione

La nascita dell'Associazione Epidemiologica Italiana (AEI) fu annunciata da Rodolfo Saracci  nel corso del meeting di fondazione dell'associazione tenutosi a Pisa il 4-5 Aprile 1975. Con la successiva fondazione della Società Italiana di Epidemiologia e la confluenza delle due società nel corso di una riunione a Bologna alla Fondazione Ramazzini nasce il 13 Dicembre 1977 l'Associazione Italiana di Epidemiologia, AIE.
Dal 1977 l'attività svolta è stata mirata alla promozione della Epidemiologia in Italia attraverso la promozione di Convegni, incontri e gruppi di lavoro nazionali. Sono iscritti all'Associazione soci provenienti da tutte le realtà territoriali italiane e rappresentativi
di attività epidemiologiche svolte in campo etiologico, ambientale, occupazionale, clinico e di valutazione dei servizi sanitari. L'A.I.E. ha promosso dal 1997 l'avvio di un programma di formazione (Master in Epidemiologia) che si propone di contribuire a formare epidemiologi con
alti livelli di qualificazione professionale. All'interno dell'A.I.E. operano gruppi di lavoro di orientamento specialistico, tra cui il Coordinamento dei registri Tumori Italiani. L'AIE sostiene inoltre la rivista peer-reviewed Epidemiologia & Prevenzione (medline).

L’Associazione italiana di epidemiologia (AIE) è nata nel 1976 per iniziativa di un gruppo non
numeroso di ricercatori e operatori della sanità pubblica accomunati dalla percezione della specificità della disciplina sia per corredo dottrinario sia per ruolo e competenze di chi la esercita. La contiguità della nascita dell’AIE con il varo della legge istitutiva del Servizio
sanitario nazionale (L 833/1978) – probabilmente la sola che negli ultimi cinquant’anni possa a ragione essere definita di riforma sanitaria – non è solo cronologica ma ideale e indicativa del clima culturale che pervadeva all’epoca alcuni settori della sanità pubblica italiana.

Ma il 1976 è stato anche l’anno del disastro ambientale provocato dallo stabilimento chimico ICMESA di Seveso che ha definitivamente esplicitato quanto allora era percepito solo da pochi: l’insufficienza e l’inadeguatezza della sanità pubblica tradizionale, centrata sulla figura olistica del medico igienista, per fronteggiare i problemi connessi alla difesa e alla promozione della salute della popolazione in un’epoca ormai lontana dalla dimensione agraria e già di transizione da un assetto prevalentemente industriale ad un altro prevalentemente terziario della società. L’epoca delle malattie infettive, quali determinanti principali del quadro nosologico del Paese, era lontana ma l’offerta della sanità pubblica sembrava essersene
poco accorta riproponendo modelli centrarti sulla batteriologia di laboratorio, sulle vaccinazioni e sulle normative per il controllo degli alimenti. L’Associazione italiana di epidemiologia ha contribuito in modo decisivo – e continua a contribuire – al viraggio da questa sanità pubblica, ad un’altra, assai più complessa, che ha richiesto l’abbandono della figura olistica cui prima s’è fatto cenno a favore di una vera sinergia di discipline e professioni distinte e complementari, tutte necessarie per cogliere i nuovi bisogni di salute e per elaborare risposte che si avvalgono appieno delle nuove tecnologie informative e
sanitarie. L’AIE a poco più di trent’anni dalla sua nascita ha circa 450 iscritti che solo in parte hanno una formazione bio-medica; molti degli epidemiologi italiani hanno una competenza statistica o informatica; tutti concorrono a meglio definire e svolgere il ruolo dei nuovi
operatori della sanità pubblica.